L’Italia nell’Indice di Sviluppo Umano 2011

Con questo post, incominciamo a riflettere sulle rappresentazioni dell’Italia e degli italiani, spesso stereotipate o negative, non di rado costruite o riaffermate facendo leva su dati statistici e classifiche internazionali. Affrontando questo percorso, ci ispireremo all’attitudine di Aldo Moro a riconoscere e a valorizzare le qualità degli italiani e gli elementi di forza della collettività nazionale, senza ovviamente nascondere i problemi del Paese. In questa prima serie di contributi, prenderemo in considerazione il Rapporto sullo Sviluppo Umano, pubblicato dall’UNDP pochi mesi fa, che può rappresentare un autorevole punto di riferimento per capire meglio la situazione dell’Italia nel contesto globale.

Italia fanalino di coda”. Basta digitare queste parole sul motore di ricerca Google per rendersi conto di quanto sia diffusa la rappresentazione di un’Italia che affannosamente “insegue” gli altri paesi (senza riuscirvi) in quasi ogni ambito della vita sociale, politica ed economica. Il numero di risultati, almeno stando a Google, è straordinariamente alto: circa 500.000 citazioni internet usano questa espressione, nella maggioranza dei casi per richiamare l’attenzione sul fatto che l’Italia è ultima in qualche classifica internazionale, riguardo ai temi più disparati, da quelli più generali, relativi, ad esempio, all’andamento dell’industria o del commercio, alla crescita o all’occupazione, fino ad aspetti più puntuali quali il numero di donatori di sangue, il numero di campus universitari, la diffusione della banda larga, la produzione di libri o il numero dei volontari.

Al nostro blog, dedicato proprio all’identità nazionale e alle rappresentazioni del Paese, non è sfuggito quanto l’immagine del “fanalino di coda” strida non poco con i dati dell’Indice di Sviluppo Umano (ISU), prodotto dallo United Nations Development Programme (UNDP). Sui 187 paesi considerati, l’Italia si trova al 24° posto, proprio a metà del gruppo di paesi “a sviluppo umano molto alto”,  in compagnia dei partner europei confrontabili per numerosità di popolazione, posizionandosi poco al di sotto di Francia (20a) e Spagna (23a), e poco più avanti del Regno Unito (28°). Il gruppo è seguito ad una certa distanza dalla Polonia (39a) e preceduto dalla Germania (9a).

Nel leggere questi dati bisogna tenere presente che l’ISU misura i risultati raggiunti dai diversi paesi guardando anche al di là dello sviluppo economico.  L’indice infatti sintetizza il livello raggiunto da ognuno di essi in quelle che l’UNDP considera le tre dimensioni di base dello sviluppo umano: godere di una vita lunga e sana, essere istruiti e avere accesso alle risorse necessarie a un livello di vita dignitoso.

Per avere dunque qualche informazione il più possibile obiettiva sulla realtà italiana, confronteremo i paesi europei già citati prima, comparabili all’Italia quanto a peso demografico, in ciascuna delle tre componenti dell’ISU.

Godere di una vita lunga e sana. In questa componente, misurata con la speranza di vita alla nascita, l’Italia è 5° nel mondo e, nella nostra arena di confronto europea, guida la classifica. Seguono l’Italia da vicino la Francia (8a) e la Spagna (10a), mentre sono staccate di diverse posizioni Germania (20a), Regno Unito (21°) e Polonia (40a).


Essere istruiti. La componente dedicata all’educazione dell’ISU è composta di due differenti indicatori: (a) il numero medio di anni di scolarizzazione e (b) il numero di anni attesi di scolarizzazione dei bambini.

(a)  Il primo rappresenta il numero medio di anni spesi a scuola dalla popolazione con più di 25 anni e restituisce quindi una fotografia fedele del grado medio di scolarizzazione nella popolazione nell’età in cui (tendenzialmente) si è terminato il proprio iter scolastico. L’Italia è 31a nel mondo per questa misura, ancora una volta vicina per posizione alla Francia (24a) e alla Spagna (26a), e avanti a Polonia (34a) e Regno Unito (43°). Anche in questo caso la Germania sopravanza gli altri paesi, posizionandosi 5a. E’ da tenere presente che questa misura è poco sensibile ai cambiamenti in quanto include nel calcolo le generazioni più anziane, mentre esclude quelle più giovani.

(b)  Il secondo indicatore considera la situazione che si prospetta ad un bambino di oggi, in termini di numero medio di anni attesi di scolarizzazione. Secondo questo indicatore, più sensibile ai cambiamenti recenti, la posizione dell’Italia è migliore rispetto al precedente, attestandosi al 13° posto, preceduta di poco dalla Spagna (11a) e seguita, sempre da vicino, da Regno Unito (14°), Francia (15a) e Germania (20a). Distanziata dagli altri paesi è la Polonia (30a).

Accesso alle risorse. Le posizioni reciproche tra questi paesi non cambiano di molto se si considera questa componente misurata con il reddito nazionale lordo procapite. L’Italia scende al 29° posto, la Spagna al 28°, la Francia al 23° e la Germania al 16°. La Polonia si posiziona al 40° posto. L’unica differenza di rilievo concerne il Regno Unito che scala 8 posizioni in classifica, salendo al 20° posto.

L’Indice di Sviluppo Umano, come misura composta da diverse dimensioni della vita sociale di un paese, sembra insomma rappresentare una realtà assai diversa da quella dipinta dalla retorica del “fanalino di coda”. Riflettere sulla distanza tra questi dati e rappresentazioni correnti ci sembra un primo passo per capire meglio l’Italia e gli Italiani.

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